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Una delle categorie su cui la mia critica ideale videoludica, come già detto qualche tempo fa quando si parlava di Dark Souls, è proprio l’onestà. Onestà, parola bella che piace a tutti, anche ai disonesti. Ma che c’azzecca con il videogioco? Dicasi videogame onesto quello che, date le premesse (in maniera esplicita, ma anche implicita) di game design e/o concept generale – e quindi dando un’idea di sé al giocatore – non si smentisce e continua un discorso coerente con il suddetto con sommo gaudio per entrambi. Questo è un gioco onesto quello che ti dice “io così sono” e, alla fine, è proprio vero. Non è difficile peccare di onestà, tutt’altro, soprattutto di questi tempi che richiedono il dituttoedipiù e chi riesce a non farlo può stare sicuro che il suo titolo verrà ricordato in maniera imperitura, ovviamente se si tratta di un qualcosa che vale la pena tramandare. L’onestà può far decollare, ma il peccare di disonestà ha in sé una natura duplice: è allo stesso tempo capitale ma anche trascurabile, dipende da come lo si guarda.

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Di recente mi sono capitati per le mani due titoli fondamentalmente abbastanza disonesti ma comunque belli, ma che a uno che ci sta attento possono anche fare girare un po’ le scatole per gli errori micro (ma anche macro). Il primo è Dishonored, che per carità tanta roba (anche se mi sembra un gioco finto intellettual-furbetto che accalappia un po’ a destra e a manca e di suo suo non dice poi tantissimo) che pecca di disonestà in maniera aperta e un po’ fastidiosa. Il grande difetto ‘sta nell’idea malsana dello stealth come chiave di lettura quando al giocatore vengono offerti miliardi di aggeggi e poteri per sbudellare un battaglione. Dishonored vorrebbe un giocatore-topo (similitudine non casuale) alle prese con plotoni di nemici-gatto ma la realtà è assolutamente capovolta ed è anche per causa sua. È vero che c’è la “libera scelta” nell’approccio ma è chiaro e lampante che il titolo sia stato disegnato per essere giocato da topo e non da gatto. E quindi tutto il resto è trippa per i gatti (sic) che risulta un po’ disonesta in fin dei conti. Viene subito alla mente MGS, che ti fornisce sì l’arsenale volendo, ma è chiaro da subito che si tratta di roba fondamentalmente inutilizzabile. Ed è lì il bello dello zen di MGS, ho tutto ma uso solo la pistola tranquillante. In Dishonored invece ti riempiono di roba assassina, poteri su poteri, armi su armi. Sintomatica anche è la spada fatale che si ha sempre nella mano destra, e non c’è modo di cambiarla con qualcos’altro chessò un randello thiefiano, un tazer che stordisca. E invece no. Vabbé. Quindi topo sì, ma pé da vero.

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Altro gioco disonesto che però mi ha veramente preso su tutta la linea è il Tomb Raider di Crystal Dynamics su cui mi soffermerò ancora in futuro, forse. L’errore clamoroso di base è di impostazione su uno degli aspetti che a me sono più cari, il valore delle vite digitali. Il lavoro di umanizzazione di Lara attraverso gli stenti (e le mazzate sui denti), e quindi l’indebolimento empatico e la valorizzazione della sua integrità (e quindi vita) va bellamente in vacca quando dimostra di non essere affatto transitivo, anzi. Cioé, Lara fragile umana vedete come soffre? Mentre la sterminata platea di avversari anche sfigati, amen, tritiamoli pure. Ed è un massacro da centomila cadaveri. Fanno soprattutto specie le sezioni da “tempio maledetto” con cadaveri per terra, appessi, gambe e osse, laghi di sangue. Veramente troppe, troppe che neanche a Verdun quasi. E tutte sti morti su quell’isola poi? Una strage che nemmeno Pol Pot e nessuno ne sa niente? Cattivo gusto + disonestà, secondo me. Però il gioco è così bellino, anche perché volentieri di distrai dall’omicidio per cercare reliquie e altre scemate. È un gioco sagace perché cita a destra e a manca (Resident Evil 4, Mirror’s Edge, che ancora influenza un sacco ed è veramente rimasto) e prende anche in giro (Skyrim, Angry Birds). Quindi reliquia sì, salti angolati sì, massacro no.

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