Monthly Archives: February 2013

i miei preferiti degli anni ’90 (1 di 3, o di più)

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Se potessi prendere tre giochi da portare sulla proverbiale isola deserta probabilmente sarebbero Super Mario World, Doom 2 e Streets of Rage 2. Quest’ultimo, devo ammetterlo, sebbene sia osannato e ripubblicato a iosa e riconosciuto come titolo valdi(dissim)o resta per me un amore abbastanza solitario, nel senso che non mi è mai capitato di condividerlo. Raramente ho trovato qualcuno con cui parlarne e questo, ad essere sincero, mi rattrista sì e no perché so che potrei andare incontro a scorni. Qui lo dico, e ne sono certo: Streets of Rage 2 è una perla assoluta di finezza di design a tutti i livelli, è veramente un lavoro fatto a modino. Il genere è quello che è, anche un po’ estinto a dirla tutta, eppure lui resta ad oggi uno dei migliori esponenti, assieme a qualcosina fatta da Capcom che però peccava di fuori misura e un po’ di leggerezza (ma di coin-op si trattava, che è genere ispido).

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A chi mi dice “Io preferivo Final Fight” non so veramente che rispondere è come paragonare una roba con un’altra che non c’entra niente. In Final Fight hai la raffica di pugni, una presa (o due se ti va bene), un calcio volante e una mossa speciale. In Streets of Rage 2 invece no, ben’altra roba. Poi la cosa fatta meglio è proprio la sensazione di potenza delle mazzate che arrivano e la derivata naturalezza che ti porta a sperimentare con l’arsenale e diventare via via il picchiatore da strada migliore che ci sia. A chi dice “Io preferivo Final Fight” posso dare il beneficio del dubbio considerando il fatto che, in sé, la serie di SoR escluso il secondo episodio fa abbastanza pietà, anzi fa quasi del tutto pietà. Si salva Bare Knuckle III, la versione giappa, che non è malaccio ma inspiegabilmente torna in dietro rispetto al predecessore proprio per gameplay, capita.

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Streets of Rage 2 per me è come la bicicletta, lo adoro non tanto perché è un gioco 16bit della mia infanzia (perché mentre ci gioco le dita vanno da sole così come i piedi sui pedali, non ci penso neanche all’infanzia, non ho ventate di nostalgia, per me tutto è come deve essere e si srotola, adesso) lo adoro perché è sempre sé stesso, anche vent’anni dopo resta un alfiere degli USA degli anni ’90 più di molti altri prodotti culturali statunitensi dello stesso periodo. È un tripudio di neon, skate e breakdance, synth à la Jackson, bande da strada da film caciaroni, DisneyWorld, Alien 3. È quasi una sintesi di MTV di quegli anni addizionata di Beverly Hills Cop. Ma è anche qualcosa di più, c’è dentro un qualcosa di incredibilmente giapponese di quegli anni, la winelight della città alla Tsukasa Hojo, un respiro zen nel formicaio decadente. La Metropoli è dannata ma splendida, nella sua aria estiva e scintillante skyline, guardata dagli occhi dello sbirro con la brezza marina che gli scompiglia la bella chioma (piedipiatti che, guardacaso, risponde al nome di Axel). La mitica foresta di cemento, o giungla perché è piena di primati simmiformi che si azzuffano per le strade.

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Inutile citare la summità di Yuzo Koshiro in tutto questo, SoR2 senza la sua colonna sonora sarebbe qualcosa di profondamente diverso, la cosa bella è che lui suona al massimo. Non fa musica per videogame con strumenti strani, fa musica che sarebbe potuta comodamente andare in hit parade con gli strumenti che andavano per la maggiore. Era una rockstar vera e propria. Chissà come campa quello lì, misteri. Streets of Rage 2 è un esempio bello, anzi meraviglioso, dell’era 16 bit che ancora poteva centrarle tutte e fare videogame limitati tecnicamente, che potevano essere solo giochi ma aspiravano all’oltre con le goccioline di sudore, le stille di fatica cerebrale di chi ci lavorava. È un poco che fa la differenza, che dev’essere interpretato bene ma c’è, ed è chiarissimo. Più chiaro e vero delle aspirazioni di titoli d’oggidì che malgrado i miliardi e la buona volontà fanno anche un po’ ridere i polli. Resta il fatto che il titolo di Sega è un documento/monumento di un’era, forse l’ultima “era” perché dal 2000 in poi tutto ti spantega e si perde il messaggio, l’urgenza, la voglia. Un remake di SoR 2 è improponibile, è orma fuori tempo massimo in tutti i sensi. Accontentiamoci della splendida collection della collana Sega Vintage Classics. E via.

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incomprensioni

Indie-Game-The-Movie-Jonathan-Blow1

Ieri ho finito di vedere Indie Game the Movie che chiunque sia qui a leggere queste righe dovrebbe farsi il favore di recuperare e guardarsi tutto d’un fiato in quanto bellissimo. Fra la malasorte e la completa schizo-pazzia di Fish (ottimo esempio di primadonna per caso o per azzardo), la supersimpatia di McMillen (e la sfiga, ancora una volta, del suo socio-coder-moleman Refenes) in realtà quello che mi ha colpito di più è stato Jon Blow. Di lui mi ha colpito assai la faccenda che in realtà, sebbene i soldi di Braid gli fossero entrati nelle tasche (e anche parecchi) e la recezione critica (calco) fosse stata stellare in realtà lui si considerava un po’ triste e insoddisfatto perché gli sembrava che nessuno avesse capito quale fosse veramente il punto del suo videogioco.

Un po’ a dire: “Va bene mi dai 10, hai sviscerato il gameplay, hai apprezzato il game design, ti sono piaciuti i disegnini all’acquarello, però resta il fatto che di quello che ti volevo dire non hai capito una praticamente nulla”. Quindi lui, malgrado tutto, si sentiva incompreso anche da chi lo apprezzava (oltre che da chi lo deprecava) e immagino non sia una gran bella sensazione. È l’esatto contrario di un McMillen con gli occhi di fanciullo che sgancia una lacrimona perché Super Meat Boy è piaciuto un sacco e quindi, per uno come lui che ha sempre creato mostruosità di nicchia (o per se stesso), si tratta una vera e propria realizzazione anche personale. Sunto del discorso: questi fanno giochi per dire qualcosa, per veicolare dei concetti o anche solamente una parte di loro.

Non avevo capito questa differenza radicale dell’indie (o almeno di una fetta), non è solo che sono in pochi e fanno giochi su canoni vecchiotti (ovviamente qui generalizzo, già lo sapevo, ma dovevo proprio vederlo) ma la questione dell’espressività personale, del messaggio sparato attraverso il canale videoludico più che sollazzamento fine a sé stesso. Questo mi fa pensare che alcuni videogame siano senz’altro più nobili di altri. Qui chiudo, anche perché si potrebbe aprire un discorsone sulla critica (perché se Gamespot non capisce Blow, figurarsi il resto) e andate a spararvi il film.

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