Monthly Archives: June 2012

dell’importanza del mistero

Fra le categorie importanti, sia nella critica videogiocosa sia nel game design, oltre alla già citata onestà, mi vien da pensare proprio in questi giorni che ne aggiungerei comodamente un’altra: il mistero.

Il mistero, è andato scomparendo nel videogame e non si sa perché, oggi come oggi è una mosca bianca. Questo perché per facilitare l’ergonomia e l’approccio al gioco il lavoro del designer è diventato quello dello smarmellatore di luce, à la Biascica di borisiana memoria, che non lascia zone d’ombra né dubbi alcuni al videogiocatore. Ci penso mentre gioco a Diablo 3 perché (come ho già pocanzi scritto) è una serie che io identifico con il mistero puro, quella appassionante scoperta anche un po’ infantile dei mondi fatati. La stessa di Alice, di Giovannino e Serenella, di chi per loro.

Il videogame è uno spazio simulativo e quindi è un ambiente protetto dove si può fare quasi tutto, anche se ci si immagina che allora ci si può fare tutto in verità poi proprio perché è un mondo altro magari si fa tutto e il contrario di tutto ma poi lo si smarmella per renderlo accessibile ai più, si perde così (senza poi grande motivo perché l’ergonomia buona di un mondo virtuale di solito trascende lo smarmellamento) quel pudore, quel mistero implicito che è proprio del videogame delle origini.

Il videogioco non dovrebbe per forza di cosa creare sicurezze, il videogiocatore non è sempre tenuto a conoscere tutto, le regole non devono sempre essere rispettate. Anzi, i migliori esempi di game design sono proprio quelli che ti fanno vedere delle regole e poi le cambiano oppure che non te ne danno per niente. Poi è anche importantissimo l’inutile, il semplicemente ambientale.

C’è sempre di mezzo la paura, che in questo ambito per me è anche ora di rimetterla via (ma anche nel mondo in generale, fa un gran casino). Non è un caso che i primi a riprendersi il mistero sono gli indie: di recente mi vengono in mente #sworcery, Fez ma ce ne sono molti molti molti altri (tanti che mi sento pirla ad aver iniziato la lista).

Il mistero è uno dei punti di forza di Dark Souls, di cui non ne scriverò mai abbastanza e di tutta la generazione 8-16 bit e dei grandi titoli dell’era inglese per personal computer. Lo ritrovo fresco e vibrante mentre mi rigioco la Vintage Collection di Monster Land (colossale), niente indicazioni, un mondo selvaggio ma comprensibile, potabile, commestibile. Tutto può succedere, a tutti i livelli, ed è questo il bello.

Pensateci bene, in realtà il mistero sta in tutti i più grandi capolavori. Pensatene uno… Ecco.

Ma allora perché si tende a rifuggirlo, a dimenticarlo e a smarmellare? Perché il mistero non sempre vende, è rischioso e può morderti le chiappe, è difficile da fare ci vuole una buona mano e grande talento e al giorno d’oggi i team sono troppo grandi e blablabla. Al videogioco di oggi manca come l’aria, quando c’è da una sensazione di freschezza che però non è quasi mai sintomo di innovazione ma semplicemente di ricordo di una buona vecchia norma dimenticata.

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Fare le pentole e non i coperchi

E così sono ancora qui, a Tristram, con il vento che mi scompiglia la chioma inamidata e il fango molto fastidioso per i miei tacchi da sì e no sette pollici. Stivaloni a mezzo polpaccio con lo spillo comodissimi per cacciare i demoni. Fanno parte della divisa, altrimenti le bestie mefitiche avrebbero vita troppo difficile. Ma per favore. Inizia proprio qui, alla selezione del personaggio, il mio primo scorno con Diablo 3: Che classe? Il mio non è il caratterisico dubbio da power-player che vuole massimizzare l’investimento, pigliando ciò che spacca di più ma semplicemente è la lecita perplessità del giocatore che sa che dovrà avere a che fare per ore con un avatar e pensa sia meglio che sia guardabile.

Nel primo Diablo perlopiù tenevo la rogue, mi piaceva la faccenda che potesse sparare frecce ad oltranza (avevo sviscerato la demo col warrior per ore e ore e volevo qualcosa di diverso) non mi disturbava poi che fosse donna, in multiplayer invece il mago di colore era una pacchia. Nel secondo Diablo il fatto che il barbaro potesse tenere due armi a due mani mi aveva gasato moltissimo, ero giovane e suggestionabile, e le poppe dell’amazzone mi sembravano francamente esageratissime e mi ostacolavano dal continuare la tradizione roguesca, online me la godevo assai con il necro perché ho sempre avuto una passione per i necromanti e la roba rianimata.

Diablo 3 mi ha messo in difficoltà sin dal primo istante, il mio dubbio era fra il barbaro e il Witch Doctor. Visti due modelli mi è scesa un po’ la catena, il barbaro sembra un pecorone il Witch Doctor un troll di WoW. Mi tappo il naso e prendo il Doctor perché è pur sempre un rianimatore. Mi guardo l’introduzione e mi sembra che il tizio parli come un troll di WoW, sostanzialmente una versione caraibica di Jar-Jar Binks, ammazzo il primo zombi con la cerbottana e lo scrocchiare delle carni unito al gemito e all’animazione mi riportano in dietro quasi quindici anni quando passavo ore a tagliuzzarli a fette con la mannaia del mitico «The Butcher» nel primo episodio (che è quello che m’è restato nel cuore) qui a scendere quasi è una lacrimuccia.

Quindi dimentico, ma non per molto, perché al primo dialogo in cui il mio Doctor parla fondamentalmente a caso con la gente e la gente gli risponde (non si sa come) per le rime, la catena riprecipita. Allora chiudo e riinizio, cerco una classe minimamente virile e che dia sensazione di potenza ma non sia pecorina, la scelta è ardua. Alla fine decido per il Demon Hunter, anzi LA Demon Hunter che non si sa come è molto più tosta della controparte maschile effemminata. Blizzard ma che ti succede? Hai problemi? Sembrano omini usciti da Guild Wars, capisco che strizzi l’occhi ad ovest ma santoDio.

E poi parliamone di questa, storia tragica di lei con la famiglia massacrata dai demoni sorella suicida il gatto investito dall’auto un gufo pure le ha pisciato addosso quasi (così si dice dalle mie parti, almeno). Caratteristiche di alta sfiga che le arricchiscono il curriculum vitae, tanto che viene accolta da questa setta di assassini di bestiacce che le impongono i tacchi da 10cm e una cappa. Me li vedo tutti questi con i tacchi (uomini incusi) e vestiti fighi a cacciare i mostri, saltare sui tetti, sparare bordate con arco e frecce, tipo Milord di Sailor Moon. Ma Dio mio, suvvia. Dopo un po’ di Demon Hunter con i suoi tacchi e tutto l’ambaradan la catena inizia a smollarsi e allora torno al Witch Doctor e amen.

A parte questo, il fatto che Diablo 3 giri sul mio Acer S3 è una bella notizia, e con tutti i filtrini a posto, e con solo qualche altalenamento di FPS qua e là. Sono contento perché Diablo 2 è stato un dei motivi del mio cambio di PC e, ad essere sinceri, pure Diablo 3. Da vedere e navigare è anche molto bello ma l’impressione di trovarsi di fronte a una versione azzimata di Torchlight è forte, fortissima e quando Diablo 3 non ti fa fare cose che in Torchlight sono prassi ti girano un po’ le scatole. Tipo la comodità del cane (o gatto).

Ti girano un po’ le scatole anche per tutto il pilotamento che c’è dietro nella non-costruzione del personaggio che cresce in maniera incasellata e prevedibile, è una delle caratteristiche che tolgono quel mistero che io associo a Diablo da sempre. Un mistero infuso con l’aerosol, fatto di oggetti da identificare e forse utilizzare anche se non appartengono alla tua classe, a build strampalate con investimenti di punti-caratteristica per indossare quell’armatura che magari per la tua rogue è un po’ troppo pesante ma dà quel bonus sulla destrezza che…

Insomma, sembra un po’ di seguire le mattonelle gialle e di trovarsi inscatolai in una galleria del vento predeterminata con il loot più o meno sempre pertinente. È una sensazione spiacevole (anche se non eccessivamente) quasi quanto quella, che c’è ed è peggio, del trovarsi di fronte a qualcosa che non è completamente diverso da qualcos’altro e, anzi, chiaramente lo richiama, ma non riesce ad essere autentico a suo modo e non ha una vera e propria identità sua. Mi viene spontaneo il paragone della New Tristram ricostruita di Diablo 3 vs La Tristram del primo episodio; la nuova è curata, più grande e con gli interni – quasi verosimile – ma assolutamente diversa e forse anche un po’ inautentica nello stile della copia pacchiana esagerata e al contempo plasticosa da parco giochi. Non c’è Adria anche se c’è la figlioccia (bona, diciamolo) Griswold l’abbiamo ammazzato nel secondo episodio e Wirt pure è morto, ci sono dei richiami qua e là che cascano nel deserto però di flotte di giocatori che non li possono cogliere e di un gioco che chiaramente non li ritiene nemmeno più importanti.

Diablo 3, ma anche Starcraft 2, sono un po’ così ricreatori di brand storici, di lore già sedimentate e calcificate, in atti nuovi che non sono del tutto soddisfacenti e nemmeno tanto nuovi a dire il vero, a me pare per certi versi sono un po’ dei necrofili in verità. Rianimatori pure loro. Ma poi forse ha ragione Blizzard e il videogioco deve essere così, e sarà così perché non dovrebbe, non innovativo ma sempre bello e levigato con una retro-ripresa di un qualcosa che funziona e che va sempre bene. Una reitazione che comunque sarà percepita da una percentuale esigua di gamer, quelli che hanno giocato i primi due episodi (ed è bassissima, pensate solo alle sterminate platee asiatiche che i primi diabli manco sa che siano, eppure il tre se lo sono comprato in massa).

E poi forse la colpa non è nemmeno di Blizzard, ma dell’umanità e dell’umana natura che mi pare molto spaventata e va bene aprirsi con le nuove tcnologie ma a me sembra più un chiudersi sempre di più. Non mi spiego il fanatismo per Diablo 3, mentre me lo spiego già di più per WoW, alla fine a suo modo è uguale agli altri episodi. È forse di più è uguale a Torchlight solo che è costato un miliardo di paperdollari in più. Però non mi risulta di aver sentito del fanatismo per Diablo o Diablo 2, code, centinaia di ore-uomo gente morta giocandoci, ma perché? Stiamo peggiorando? O è l’Asia che sta facendosi male con la sua alfabetizzazione videoludica? Come con l’oppio? Boh. Comunque secondo me ai ragazzi di Runic un po’ gli gira. Diablo 3, malgrado tutto quanto scritto, è e resta un bel giocare.

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Vecchio Bastardo

Questo post lo faccio così, è come un pre-stralcio, perché ci sono idee che ho e userò per la recensione cartacea che scriverò forse anche oggi stesso ma ho un’urgenza di buttare giù un po’ di appunti e quindi conti pure come una serie di roba che mi gira per la testa ma che forse non scriverò mai. Anche la punteggiatura sarà randomica siete avvertiti.

Max Payne è invecchiato, è un po’ rincoglionito, ma sempre tosto. Ha delle rughe che sembrano crateri gli occhi tristi da bassetthound ma corre ancora e spara come un Panzer, anche se suda come una bestia. Nella vita compie più o meno sempre gli stessi errori e si fida delle persone sbagliate, sembra che il mondo gli scorra di fianco e che indipendentemente da quello che faccia gli va sempre tutto di merda e poi si biasima ma in fondo crede che non sia poi proprio colpa sua, è sfortuna. Già.

Max è invecchiato, Max mi ricorda il videogame, anzi sono sicuro che è una metafora e rappresenta videogame come medium come prodotto culturale, anche il videogame soffre di crisi di mezza età, quella stessa di Max (che più che una crisi forse è una Crysis, nel senso più bellico del termine). Max ha l’onestà di prendere sulle spalle e sul fisico gli anni che passano, passano dieci anni da Max Payne 2 a Max Payne 3 e lui invecchia di conseguenza, è onesto dai, si licenzia si infotte nei bar a sfasciarsi e poi si fida di gente sbagliata e, ovviamente, ha sfortuna.

I fan però non accettano il nuovo Max di Rockstar che non è il Max di Remedy, come potrebbe esserlo, siamo sinceri dai. Niente New York, aah che bestemmia, il Brasile non mi piace, meglio il primo meglio il secondo, e il look blablabla. Recentemente ho molta poca stima dei videogiocatori come categoria estesa e percepita e me ne dolgo (ma neanche troppo) non hanno senso critico perché hanno una mentalità e un punto di vista troppo infantile e inutilmente partigiano, hanno paura delle novità vere e comunque si lamentano sempre.

Insomma il peggior tipo di gente possibile, ma forse poi non è nemmeno colpa loro. Stiamo parlando di giochi non di letteratura, e sostenere che i videogame cercano una rivalsa socio-culturale, sarebbe presuntuoso perché in realtà stanno benissimo dove stanno anche se forse lì staranno e lì moriranno. Rockstar ci prova a far qualcosa di diverso, Blizzard e molti altri meno, sinceramente mi chiedo con che faccia chi si occupa di promuovere culturalmente il videogame vada in giro. Anche io me ne vergogno un po’, nel mio piccolo, resto uno modesto ma c’è chi invece forse potrebbe di più.

Chiusa la parentesi, sinceramente Max Payne 3 è uno dei più grandi videogame a cui abbia mai giocato e se non ci pensa GTA V a farmi cambiare idea è il mio gioco dell’anno alla faccia di quella meraviglia pazzesca di The Witcher 2, sarà che sono un fan di Rockstar e che mentre ci giocavo mi leggevo quella bella roba di Jacked di Kushner che è un po’ un mio eroe e che vi consiglio, c’è anche in italiano anche se il titolo è un po’ diverso.

Remedy con Max Payne 2 ha fatto un lavoro magistrale ma la portata del terzo episodio è assolutamente di un altro livello. Mi dispiace ma Rockstar resta su di un altro pianeta. Il Max autoreferenziale di Lake & co. non tiene nemmeno minimamente testa a quello dell’englishman Houser II, che è un Gringo smarrito nel mondo, è una figura iconica ultrareferenziale e non autoreferenziale. Il Brasile emerge l’America sprofonda economicamente? Ecco. Dan è un po’ stronzo perché lo tratta come gli pare a lui ma fa un lavoro che come lui nessuno mai. Per certi versi Mr. Payne potrebbe essere anche un po’ Marston, ma John ha le palle che ha, e Max non le avrebbe nemmeno fra dieci generazioni anche se è un totale wreck resta pur sempre un figo della madonna col cipiglio di chi in pancia lascia entrare solo i proiettili.

Anche giocando al gran bel DLC di Alan Wake (American Nightmare) ho pensato che fra le maggiori doti di Remedy stia l’abilità scenografica inarrivabile nel settore, il primo AW lo testimonia e anche MP2, però pure qui Rockstar mette la freccia e, mi dispiace, sorpassa. Basta la favela che toglie il fiato ad ogni angolo, gli interni delle case, pazzeschi, c’è quel talento urbano contestualizzato che viene dagli studi GTAeschi che Remedy semplicemente non può avere perché gioca un altro gioco. Potremmo dire che Payne salpa dal limbo finzionale noir, anche un po’ adolescenziale geek-tarantiniana, di Lake e finisce nella proto-realta degli Houser che è roba per uomini veri e ci rimane veramente di sasso, forse è quello il vero scorno suo .

Ci sono i ripari, ma Max non capisce bene. Lui vuole fare il suo salto con le pistole a rallentatore, ma se lo fai muori come un cane. Allora Max si adegua ai ripari ma lo vedi che non gli piace per niente lui freme e vorrebbe andare avanti correndo con due ingram, uno per mano e trivellare la teppaglia che parla quella lingua lì che non si capisce che cacchio dicono. Ma non può farlo. Questo secondo me lo mette un po’ in crisi, non sa mica bene dove andare è la crisi sua, la crisi del videogame d’azione che, per ora, si gioca tutto dietro ripari. Da Space Invaders a qui ci siamo scordati di DOOM.

Io sarò della vecchia scuola ma capisco Max, lo capisco bene, ne ho un po’ piene le scatole di rannicchiarmi. Sarebbe meglio flettere i muscoli e gettarsi nel vuoto con le pistole sparanti.

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